Perché non possiamo non dirci “Aldini”

   
A Cinquecento anni dalla morte di Aldo Manuzio perché non possiamo non dirci “Aldini” 

  

Intervento del Prof. Mauro Giancaspro

 

            Il 6 febbraio del 1515 moriva a Venezia Aldo Manuzio. I cinquecento anni che sono seguiti, attraversati da innovazioni straordinarie nell’arte e nella tecnica tipografica, di volta in volta così innovative e rivoluzionare fino a decretare la fine del libro cartaceo, si sono sviluppati costantemente nel solco lasciato da lui.

            Fu Aldo Manuzio a dimostrare come il pallido incunabulo, prodotto in serie, potesse raggiungere livelli di eleganza e di raffinatezza, paragonabili addirittura a quelli degli ultimi manoscritti, e potesse porsi al servizio della diffusione del sapere e, soprattutto, della libertà di accesso alla lettura.

            Oggi, alla metà del secondo decennio del terzo millennio, per tutti noi che siamo immersi quasi irreversibilmente nel cosmo informatico e siamo quasi assuefatti allo smaterializzarsi del libro e della scrittura, diventata sicuramente più veloce, più pratica, più economica, più immagazzinabile, ma che non potrà mai più essere prodotto d’arte, l’edizione “aldina” rimarrà emblematica di una cultura del libro, che ha ci ha segnato e ci ha appassionato ininterrottamente per cinque secoli.

            Per cui, noi che viviamo la grande rivoluzione della transizione dal libro al computer, una rivoluzione forse più traumatica di quella dei tempi di Gutenberg del passaggio dal manoscritto al torchio, non possiamo non dirci figli diretti e legittimi del grande innovatore nato a Bassiano nel 1449.

            Ci viene, perciò, istintivo parafrasare il titolo di un breve saggio di Benedetto Croce del 1942, Perché non possiamo non dirci cristiani. Croce sostenne che il Cristianesimo aveva compiuto una grande rivoluzione che “aveva operato nel centro dell’anima, nella coscienza morale”, e “conferendo risalto all’intimo e al proprio di tale coscienza, quasi parve che le acquistasse una nuova virtù, una nuova qualità spirituale, che fino ad allora era mancata all’umanità”.

            Analogamente possiamo asserire, senza ombra di sospetto di esagerare, che nel modo di concepire il libro, di costruirlo e di porlo al servizio della più ampia promozione della lettura e della cultura, compresa quella classica che gli umanisti stavano scoprendo, Aldo portò una rivoluzione. Una rivoluzione che investì il sapere dell’uomo e che portò il libro agli stessi livelli straordinari dell’architettura, della pittura e della scultura umanistiche e rinascimentali italiane, in un momento in cui le filosofie ponevano l’uomo al centro dell’universo.

            Ed è per questo che noi tutti che lavoriamo e viviamo per i libro e per la lettura, e che abbiamo ereditato l’amore e la passione che animò un grande innovatore come Aldo Manuzio, “non possiamo non dirci Aldini”.

            Dirci “Aldini” significa riconoscerci nel segno di una ininterrotta tradizione che ha riconosciuto nel libro innanzitutto uno strumento ineguagliabile di accesso alla conoscenza, veicolata dalla scrittura, e un baluardo della affermazione della libertà di pensiero, di lettura e di scrittura, che ha debellato, per cinquecento anni, tutte le censure e i veti che lo hanno combattuto, lo hanno messo al bando e al rogo. Significa riconoscersi nella volontà di continuare a custodire la nostra memoria, tutelando, salvaguardando e diffondendo le fonti e le testimonianze scritte che la hanno registrata e tramandata. Significa anche, in un momento in cui le reti e la ipertrofica circolazione dell’informazione puntano all’utilità, alla funzionalità, alla celerità, alla sostituzione dell’uomo con la macchina, continuare a credere nella necessità della bellezza, della fantasia, dell’estro, delle capacità creative dell’uomo.

            Il libro, diluito nei pixel e nei byte, infilato negli schermi di un tablet, lanciato sui file delle reti, non potrà mai più essere un prodotto d’arte, un prodotto nel quale confluiscono e si fondono l’inventiva di un autore, le capacità compositive e costruttive di un tipografo, l’abilità di maestri cartari, la fantasia manuale di legatore, la perizia del manovratore di un torchio. Il terzo millennio si avvia consapevolmente alla perdita della bellezza e in particolare della bellezza del libro cartaceo. I libri in rete saranno tutti inevitabilmente uguali; non potremo più distinguervi le differenze tra tipografia e tipografia, non potremo più trovare l’inventiva nel comporre un frontespizio, nell’impaginare un libro, nel definire gli equilibri tra gli spazi.

            Dirsi “Aldini” significa anche riconoscersi nella necessità di vivere gli spazi di una biblioteca, grande o piccola, antichissima o moderna che sia, come luogo di aggregazione umana, di incontro intorno alla lettura, di intesa, dialogo e cooperazione complanare tra lettore e bibliotecario, prima che l’abuso del computer e la possibilità di avere dietro uno schermo luminoso tutti libri del mondo digitalizzati non faccia i nostri corpi e le nostre menti schiavi della protesi del computer, rendendo le nostre gambe superflue e togliendo la conoscenza e il piacere che derivano dal tatto e dall’odorato.

            Non bisogna dimenticare che Aldo Manuzio è stato innanzitutto un grande umanista, sodale dei più importanti innovatori della filosofia, come Pico della Mirandola; che è stato un filologo cui si deve la stabilizzazione del testo dei nostri classici; che è stato un grande divulgatore dello scibile, creando quelli che potremmo definire i primi tascabili della storia; che è stato un grande innovatore con la creazione del corsivo italico; che ha ideato modelli tipografici che tutta l’Europa ha imitato.

            Dirsi “Aldini” significa ritrovarsi nel segno di Alfo Manuzio in punti di convergenza e di incontro.

            Uno di questi luoghi privilegiati è proprio la città di Bassiano col suo Museo delle Scritture, dinamico organismo di documentazione della tradizione scrittoria che fa capo proprio al nostro capostipite Aldo Manuzio.

            Non può non ricordarsi, tra le innumerevoli iniziative nate del suo solco, la attività dell’Aldus Club, il sodalizio di bibliofili presieduto da Umberto Eco che dal 1990 al 2013 ha prodotto è diffuso l’Almanacco del Bibliofilo, esordito una ristampa anastatica de Le Bibliomane di Charles Naudier e successivamente diventato avvincente antologia di scritti di bibliofili su temi di volta in volta scelti intorno alla storia del libro, della cultura.

            E non si può non ricordare la figura, ormai leggendaria, di Mario Scognamiglio, segretario generale, grande animatore del Club e dello stesso Almanacco. Mario Scognamiglio scomparso nel 2013, con la sua casa editrice Rovello ha dato non solo vita ad un indimenticabile ventennio dell’Alamacco ma anche alla affascinante rivista L’Esopo, l’uno e l’altra confezionati con una passione e una perizia d’altri tempi, con cura certosina nella scelta della carta e del carattere, dell’impaginazione e delle illustrazioni.

            L’ Aldus Club torna alla sua attività grazie alla moglie di Mario Scognamiglio Francamaria e alla passione di quanti intorno al Club e all’Almamacco si sono ancora una volta raccolti. E la nuova vita sembra riprendere con i migliori auspici, nel segno lasciato da Mario Scognamiglio, ma anche nell’intramontabile via aperta alla metà del quattrocento da Aldo Manuzio.

            La città di Bassiano dovrà essere da questo nuovo anno al centro di iniziative per celebrare il grande tipografo umanista per tutti noi che “non possiamo non dirci Aldini.